E oggi chi cucina?

Qualche nota sulla disparità di genere nella filiera editoriale

1. In prima linea nel lavoro di cura (editoriale)

Lo si è detto e ridetto, ma ripeterlo ancora un po’ non nuoce: l’emergenza coronavirus non è stata, e non è, uguale per tutti. Se possiamo dare per buona la massima secondo cui la morte non fa distinzioni (di classe, di genere, di origini o cultura), di fronte ad alcuni dei momenti più drammatici degli ultimi mesi nessuno potrà negare che le condizioni in cui essa avviene ne fanno eccome, e di tutti i tipi.

Allo stesso modo, il lockdown (ma che fine hanno fatto i buoni vecchi “isolamenti”, le “quarantene” di un tempo?) ha evidenziato le disuguaglianze già esistenti, amplificando e riportando alla superficie quelle asimmetrie (ma chiamiamole pure ingiustizie) su cui di fatto si erigono le nostre società. Via via che le strade si svuotavano e le librerie abbassavano la serranda (sigh), abbiamo così assistito a un doppio fenomeno. Da un lato, alcune delle professioni più precarie, sottopagate e invisibili della “vecchia normalità” si sono rivelate per quel che erano: assolutamente indispensabili. Essenziali (così le ha definite un decreto ministeriale e così le ha vissute l’esperienza di tutti noi). Dall’altro, è emersa con drammatica chiarezza una questione con cui il nostro paese deve ancora fare i conti fino in fondo: chi si occupa, principalmente, dei lavori di cura? E del lavoro domestico non retribuito quando non è più possibile esternalizzarlo? In altre parole, chi assiste i malati? Chi pulisce gli ospedali? E chi sta con i bambini quando le scuole chiudono e le nonne vanno protette, o a loro volta accudite?

«L’epidemia – ha scritto Annalisa Camilli in un bell’articolo pubblicato da Internazionale – ha spezzato gli equilibri faticosamente raggiunti in molte famiglie italiane, con il risultato che tante donne si sono trovate a lavorare da casa, dovendosi occupare anche dell’istruzione dei figli, della loro salute, dei pasti e delle incombenze domestiche». Come spiega la stessa Camilli, si tratta in realtà di un circolo vizioso piuttosto noto, i cui effetti tendono a ripresentarsi periodicamente: guadagnando meno e occupando meno posizioni dirigenziali rispetto ai loro colleghi uomini, le donne non solo sono le più a rischio durante una crisi economica, ma sono anche quelle che più spesso tenderanno a rinunciare, motu proprio, a una parte del loro lavoro. In molti casi, d’altronde, è la scelta più logica ed efficiente. Almeno in termini prettamente economicisti.

Ma perché occuparsi di donne e lavoro (per riprendere il titolo dell’articolo di Internazionale) in questo blog? Perché molte, moltissime di queste donne vendono libri, editano, traducono, scrivono, leggono. E negli ultimi mesi, probabilmente, non hanno potuto farlo o, almeno, non quanto avrebbero voluto. Come ha ricordato la giornalista britannica Helen Lewis a proposito di quella romanticizzazione della quarantena che ha caratterizzato le primissime settimane di lockdown (e che ha saturato i nostri schermi di irritanti, inopportune, fastidiose liste di libri da leggere, film da guardare o dolci da sfornare), «chi deve occuparsi di bambini durante un’epidemia difficilmente troverà il tempo di scrivere Re Lear».

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Ma di quante donne stiamo parlando e di cosa si occupano esattamente? Diamo intanto un’occhiata ai dati. La fotografia più recente e completa della presenza e del ruolo delle donne all’interno della filiera editoriale risale al 2018 e ce la offrono le ricerche effettuate da Pepe Research (per conto dell’Associazione Italiana Editori) e dall’Osservatorio su donne e uomini nell’editoria coordinato da inGenere (una rivista online di informazione e approfondimento su questioni economiche e sociali analizzate in una prospettiva di genere), in collaborazione con il festival inQuiete di Roma, il Salone del Libro di Torino e la fiera Book Pride di Milano.

A prima vista e rimanendo un po’ a distanza, il ritratto che ne emerge è spiccatamente rosa: le donne – ci raccontano i dati – leggono di più, comprano più libri, dirigono più librerie o biblioteche, frequentano più presentazioni o gruppi di lettura. Se prendiamo in mano un libro e ripercorriamo a ritroso il viaggio che l’ha condotto fino a noi, incontreremo moltissime mani femminili. Statisticamente, è infatti molto probabile (parliamo di un 70% di probabilità) che sia stata una donna a consigliarcelo e vendercelo (quante scoperte si fanno grazie alle nostre libraie di fiducia!); un’altra donna l’avrà editato e corretto, un’altra tradotto (se è nato all’estero), un’altra ancora ne avrà letto il manoscritto su richiesta dell’editore. Sì, editore. Al maschile non generico. Quel che ci dicono i dati, infatti, è che via via che ci si avvicina agli apici, la presenza delle donne inizia progressivamente a diminuire: nel 2010, solo il 16,6% dei ruoli dirigenziali erano ricoperti da donne; nel 2018, il dato era leggermente cresciuto, ma si fermava comunque al 22,3% e si concentrava soprattutto nelle case editrici piccole e medio-piccole. Come ha scritto a suo tempo Sofia Biondani di InGenere, «le donne affollano le fila degli impiegati nel mondo dell’editoria, ma rimanendo spesso relegate ai ruoli “di cura” della filiera, quali editor, traduttrici, redattrici, lettrici professioniste» e, aggiungerei, grafiche e responsabili della comunicazione.

Sarà un caso se negli anni Novanta (ma già lo faceva Calvino in una bellissima conferenza del 1963 sul lavoro di traduzione, oggi pubblicata in Mondo scritto e mondo non scritto) si parlava tanto di “cucina editoriale”, proprio in riferimento ai gradini più bassi e invisibili della filiera?

Impossibile non ricordarsi, a proposito di invisibilità, di Natalia Ginzburg. Come hanno dimostrato le ricerche di Giulia Iannuzzi – pubblicate nel volume Protagonisti nell’ombra, a cura di Gian Carlo Ferretti (un nome che suonerà familiare agli addetti e addette ai lavori) – la biografia “einaudiana” della Ginzburg è da questo punto di vista particolarmente emblematica. Dal 1938 (anno in cui Giulio Einaudi incarica a una giovanissima Ginzburg la traduzione del primo tomo della Recherche di Proust) fino a tutti gli anni Ottanta (quando, dopo la crisi finanziaria della casa editrice torinese e il suo acquisto da parte di una cordata capitanata da Unipol, Ginzburg interrompe i suoi rapporti di lavoro con Einaudi), il ruolo rivestito dalla scrittrice palermitana all’interno di una delle più influenti case editrici italiane fu determinante. Si occupò praticamente di tutto: traduzione, coordinamento di altri traduttori e revisione di traduzioni; lettura di manoscritti di narrativa italiana e straniera (alcuni del quali venivano pubblicati ne I coralli e nei Supercoralli); lavoro di editing e correzione di bozze; contatti con autori, collaboratori e membri del comitato editoriale; partecipazione attiva alle celebri riunioni del mercoledì e alla conformazione del catalogo della casa (decisivo il suo giudizio in due noti casi editoriali: la pubblicazione dell’Agnese va a morire di Renata Viganò e il citatissimo «no» a Primo Levi). Le carte dell’archivio storico della casa editrice (le lettere con Einaudi o Pavese, per esempio, o le risposte ai giovani autori che avevano inviato il loro manoscritto) rivelano un temperamento forte, una tagliente ironia che non risparmiava nessuno (soprattutto Pavese), un tono diretto, franco, talvolta quasi brutale (così diverso da quella voce narrante discreta e contenuta che si nasconde dietro Lessico famigliare) e lo stesso Giulio Einaudi arrivò a definirla «coscienza critica della casa». Eppure, nonostante la sua presenza sia stata così costante e la sua attività editoriale così decisiva, nelle storie dell’editoria o nei volumi dedicati alla storia della Einaudi troviamo solo qualche breve accenno, mentre abbondano gli studi monografici sui colleghi uomini, come Calvino, Vittorini o lo stesso Pavese.

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2. Without the pressure of success

A proposito di Pavese, un aneddoto personale che fa al caso nostro: l’anno scorso, mentre traducevo per una casa editrice spagnola la divertentissima storia della Einaudi di Ernesto Ferrero (I migliori anni della nostra vita, pubblicato da Feltrinelli nel 2009), mi sono imbattuta nella seguente confessione dell’autore di Paesi tuoi: «La mia crescente antipatia per N. – scriveva Pavese il 5 febbraio 1948 a proposito della Ginzburg – viene dal fatto ch’essa prende per granted, con una spontaneità anch’essa granted, troppe cose della natura e della vita. Ha sempre il cuore in mano – il cuore muscolo – il parto, il mestruo, le vecchiette. Da quando B. (Felice Balbo, NdA) ha scoperto che lei è schietta e primitiva, non si vive più».

Chi ha letto Il mestiere di vivere non si stupirà certo del tono, neanche tanto velatamente misogino e che rimanda a un pregiudizio, fin troppo radicato, che circonda la scrittura delle donne: l’io narrante maschile è universale, l’io narrante femminile, femminile; Virginia Woolf o Jane Austen descrivono la condizione femminile del tempo, Joyce o Lo straniero di Camus la condizione umana; il vissuto del corpo o i rapporti intimi, familiari sono temi da donne, alieni e viaggi spaziali da uomini. Ciò che più mi lasciò allibita, tuttavia, fu scoprire che il traduttore spagnolo del diario di Pavese (senza alcun dubbio, uno dei migliori traduttori, critici letterari e poeti spagnoli) aveva tradotto «mestruo» non «menstruo» (la mestruazione) ma «monstruo» (il mostro). Un semplice refuso, oserei dire quasi freudiano, che apre uno spiraglio su un timore che (almeno inconsciamente) sembra accomunare scrittore e traduttore: le femmine scrivono solo cose da femmine, e una volta al mese diventano assolutamente terrificanti.

Ma torniamo a noi e al viaggio effettuato dal nostro libro. Dal punto di vista statistico, dov’è nato, e dalle mani di chi? Nel 2005 – ci dicono i dati di Pepe Research – le autrici componevano solo il 29,7% dei cataloghi di narrativa per adulti (un po’ più alta la percentuale nella letteratura per bambini e ragazzi); nel 2017, il 38,3%: in crescita, dunque, ma comunque basso se pensiamo che le lettrici superano di quasi 12 punti i lettori. Sul piano del riconoscimento autoriale e del prestigio culturale, la disparità si fa ancora più evidente: se ripercorriamo le 72 edizioni del Premio Strega – il caso più citato quando si parla di disuguaglianza di genere nei premi letterari – troviamo solo 11 vincitrici (tra cui, nel ’63, il già citato Lessico famigliare, che contese il primo posto con Primo Levi e Beppe Fenoglio); e anche quest’anno in finale abbiamo cinque uomini e una sola donna, Valeria Parrella (sì, quest’anno sono sei).

La stessa dinamica si ripresenta tra le pagine dei principali inserti culturali del paese, nell’ambito delle recensioni e delle critiche letterarie. Dai dati dell’Osservatorio, infatti, emerge una corrispondenza netta, chiarissima, tra partecipazione delle donne alla critica e numero di donne recensite: le giornaliste culturali scrivono il 30% in meno dei colleghi, e le scrittrici recensite sono il 24% in meno degli scrittori. Nel 57,6% dei casi, inoltre, le donne vengono recensite da altre donne, mentre nel caso degli autori la percentuale di uomini recensiti da altri uomini sale fino a un 79%. Può sembrare un tema quasi futile rispetto ad altre battaglie anche femministe, una questione meramente statistica (quindi astratta, lontana) da “feticista delle quote rosa”, ma è importante non dimenticare che al prestigio letterario (una macchina che si muove a gran fatica, premio dopo premio, recensione dopo recensione, intervista dopo intervista) corrisponde una realtà assolutamente materiale, fatta di condizioni contrattuali, percentuali sui diritti d’autore, cachet, fatture da incassare e bollette da pagare.

Insomma, «working without the pressure of success», come proclamavano a suo tempo le Guerrilla Girls – un gruppo anonimo di artiste e militanti femministe nato a New York a metà degli anni Ottanta – nel manifesto The advantages of being a woman artist. Altri vantaggi che mi sono sempre piaciuti: «having an escape from the art world in your  freelance jobs»; «being reassured that whatever kind of art you make it will be labeled feminine» (caro Pavese!); «seeing your ideas live on in the work of others» e, last but not least, «having the opportunity to choose between career and motherhood». Quest’ultimo, credo piaccia molto anche ai creatori (di nuovo un maschile non generico) della prima versione dell’App Immuni, ma questo tema magari lo affrontiamo in un altro momento. Non vorrei esagerare. E comunque sia, chi scrive lo sa già: «le parole – diceva Nanni Moretti – sono importanti». E le immagini, anche.

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